Renga

Introduzione storica


Il renga (連歌) è una forma di poesia tradizionale giapponese, molto peculiare, che non ha esempi simili in nessun’altra cultura. Letteralmente significa «poesia a catena», ed è composta da un’alternanza di strofe lunghe e strofe corte, tipiche della poesia sino-giapponese. La particolarità del renga, tuttavia, risiede nel fatto che è composta da un consesso di autori, il renju (連衆), il gruppo dei renjin (), che lo rende probabilmente un genere di poesia unico al mondo. 

L’origine del renga è molto antica. Un primo esempio di poesia collettiva risale al regno di Wu Ti (140‒88 a.C.), nell’epoca degli Han anteriori, in Cina: si tratta di una riunione voluta dal re, in cui poeti e cortigiani avrebbero dovuto riferire della propria attività scrivendo ciascuno un verso di poesia. Anche in cinese, infatti, esiste il termine lián jù (連句), col quale si indica, appunto, un componimento poetico scritto a più mani, una poesia incatenata, che corrisponde al giapponese renku (連句). Tuttavia in Cina la poesia concatenata non è mai stata sviluppata in direzione di un renga vero e proprio, cioè non ha mai superato il carattere ludico e sperimentale. 

In Giappone, invece, troviamo, intorno al XII secolo, una forma di renga già ben definita e canonizzata, che aveva ormai accumulato una lunga storia e aveva dato vita a forme di poesia molto raffinate ed eleganti, basate cioè sul senso estetico classico, definito in giapponese miyabiga (), “eleganza” (da non confondere con ka  “poesia”, che compare in renga). In questo stesso periodo, si prese a distinguere tra un ushin renga (有心連) e un mushin renga (無心連), cioè tra un “renga con sentimento” e un “renga senza sentimento” (si noti che il termine shin, vuol dire in Giapponese “cuore”, “sentimento”, ma anche “mente”, “intelletto”, perché il cuore è, nella cultura giapponese, come in quella cinese, la sede tanto del sentimento quanto della ragione: per questo, ushin e mushin possono essere tradotti anche come “con raziocinio” e “senza raziocinio”, o ancora come “con la mente” e “con la mente vuota” etc.). Questa differenza serviva a distinguere tra i renga che seguivano i criteri e le norme di composizione della poesia colta da quelli che potevano essere dei semplici giochi, dei componimenti collettivi senza nessuna pretesa (un’altra possibile sfumatura del termine shin), che non si attenevano, insomma, alle regole della poesia concatenata elevata. 

Nijō Yoshimoto
Nel XIV secolo fu Nijō Yoshimoto, uno dei più importanti bunjin (, lett.: “uomo di lettere”) della storia giapponese, a sistemare l’intera materia del renga e a fornire una teoria precisa che fungesse da canone per la composizione di renga. Nel 1372, infatti, egli scrisse il fondamentale Ōan shinshiki (応安新), che vuol dire “Nuove norme dell’epoca Ōan”: un testo che ancora oggi definisce la tradizione del renga classico. Questo testo rinnova i principi estetici fondamentali del renga classico e fornisce le linee guida del renga del XV e del XVI secolo, prima dell’avvento dell’haikai di Bashō, mentre i suoi testi precedenti, come l’Hekirenshō (僻連) del 1345 e il Renri Hishō (連理秘, il “Trattato segreto sui principi del renga”) del 1349, fornivano lo shikimoku (, l’insieme di norme) del renga più antico e sono, quindi, molto preziosi per risalire alle origini medievali del renga. 

Accanto a questo filone più elevato e canonizzato, durante tutto il Medioevo si sviluppò anche il filone poetico più basso e volgare, il mushin renga, cioè. Spesso questi componimenti si indicavano col termine haikai (俳諧), che vuol dire letteralmente “poesia matta”, “insensata”, ed indica, con una chiara accezione spregiativa, tutte quelle poesie che non rispettano le regole di un renga classico. Inizialmente, anzi, il termine era riferito in particolare alle poesie “sbagliate”. L’haikai, quindi, è un tipo di renga che include termini volgari (termini che sono decisamente esclusi dalla poesia elevata), che non rispetta i canoni estetici e di composizione, che sono umoristici o satirici e in generale tutto ciò che non è conforme alla tradizione. 

A poco a poco, però, si sviluppò anche una forma di haikai più elevata, ad opera di grandi poeti come Yamazaki Sōkan, che visse nel XVI secolo e che scrisse delle importanti antologie di poesie, come l’Inu tsukubashū (犬筑波), in cui i renga di haikai si accompagnavano ai più tradizionali ushin renga. Il suo stile era molto aspro e ruvido, talvolta ironico e tagliente e contribuì notevolmente allo sviluppo dello stile Danrin. Sōkan era un monaco buddhista e, con ogni probabilità, trovò nell’haikai una via espressiva molto più fresca e libera, più vicina allo spirito frugale e semplice dello zen. 

Matsuo Bashō
Fu Matsuo Bashō, in ogni caso, che elevò l’haikai al suo livello più alto, nel XVII secolo. Tramite l’haikai, Bashō sviluppò fino in fondo la poetica dello zen: una poetica molto fresca, limpida, essenziale, che liberava la poesia giapponese dal gravame di quei vincoli che avevano reso il renga una poesia molto pesante e troppo intellettuale, sostanzialmente farraginosa e priva di vita. Il suo renga di haikai fondò e definì tutta la poesia giapponese di età moderna. L’haikai no renga (俳諧の連), abbreviato in renku (連句) definisce ancora oggi il renga moderno, il renga dello Shōmon (), la scuola di Bashō, per distinguerlo dall’ushin renga precedente il periodo di Edo. 

Masaoka Shiki
Durante l’epoca Meiji, nel corso dell’Ottocento, Masaoka Shiki introdusse, nella poesia giapponese, una vera e propria rivoluzione. Shiki fu uno dei massimi rappresentanti dello spirito modernizzatore di quell’epoca e tentò di svecchiare la poesia giapponese, aprendola al mondo e alla cultura occidentale. Per questo motivo recise i ponti con la poesia di Bashō e dichiarò guerra aperta alla poesia concatenata, al renga e al renku. Al loro posto introdusse l’haiku (), ovvero un haikai no ku (俳諧の), inteso come verso isolato, sciolto, non più concatenato (, ren). La rivoluzione di Shiki è paragonabile a quella del verso libero in Occidente: le raccolte di haiku non dovevano più seguire dei canoni di concatenamento, erano piuttosto versi liberi, in cui ogni ku aveva una sua dignità. Non è un caso che siano proprio gli haiku ad aver fatto breccia nella cultura occidentale, fino ad esser diventati una vera e propria moda, oggi. E non è un caso che, proprio sulla scia dell’interesse suscitato dagli haiku, si sia diffuso in Occidente un interessamento per la storia della poesia giapponese, da cui è conseguita una riscoperta del renga e del renku. 

Tuttavia, proprio come il verso libero non è, o non dovrebbe essere, un insieme di frasi messe in fila e non è possibile scrivere versi liberi decenti se non si ha una certa padronanza della metrica, oltre che della storia della poesia occidentale, così dell’haiku abbiamo un’idea completamente sbagliata, se non recuperiamo una conoscenza del renga, da cui proviene e lo leggiamo come una semplice terzina.


Renku


Il fondamento dell’arte è il mutamento dell’universo.
(Bashō)

Prima di Bashō, i renga erano generalmente considerati scritti poetici collettivi composti da cento ku (Hyakuin renga), salvo rare eccezioni (il Senku, di mille ku, e i più corti Gojūin e Yoyoshi, rispettivamente di cinquanta e di quarantaquattro ku). Nel periodo di Edo fu poi sviluppato il Kasen renga, di trentasei ku, che fu elevato dalla scuola di Bashō al suo livello più alto, tanto da divenire la forma classica del renku. Nel corso del Novecento, dopo la rivoluzione apportata da Masaoka Shiki, per il quale il Giappone doveva abolire ogni forma di poesia a catena, ormai sclerotizzata, vi fu una graduale riscoperta del renga e del renku. Oggi, le forme tipiche di questi componimenti tradizionali sono lo hyakuin per il renga e il kasen per il renku. Il primo recupera le forme tradizionali dell’ushin renga, cioè del renga medievale, secondo regole di composizione molto precise e formalizzate. Spesso si tratta di forme poetiche molto conservative, che incontrano un gusto quasi antiquario e filologico. Nel caso del renku, invece, si sta sviluppando un interesse sempre più vivace e, conseguentemente, hanno preso avvio continue ricerche e sperimentazioni, anche di forme nuove. Il renku, infatti, ha superato, negli ultimi decenni, i confini del Giappone. Ironicamente, proprio l’haiku, che era stato introdotto da Masaoka Shiki con l’esplicito intento di rompere con la tradizione e modernizzare la poesia giapponese, aprendola alla mentalità occidentale, ha finito col fare da battistrada, in Occidente, per la riscoperta di Bashō, prima, e del renku tradizionale, poi, che erano stati i principali bersagli degli strali di Shiki. Stimolata anche dall’incontro con l’Occidente, soprattutto in area anglosassone, la sperimentazione nel campo dell’haiku e del renku ha dato vita a diverse forme di componimenti poetici, di solito più brevi del kasen. In molti casi, si tratta di forme di esercitazione, più che di vere e proprie poesie, che facilitano il lavoro di composizione di un renku, accorciandolo e semplificandolo, al fine di rendere più morbido l’impatto con questa forma poetica, tanto estranea alla mentalità occidentale. In altri casi si tratta invece di forme assolutamente originali e talvolta di autentici tentativi d’innovazione e rivoluzione. Ad ogni modo, il kasen continua a restare la più alta forma di renku, anzi il solo vero renku, l’unico che consente di ottenere dei risultati davvero poetici, per quanto possa procurare non poche difficoltà all’occidentale che si approcci per la prima volta a questo genere.

Sesshū Tōyō - Rotolo lungo delle quattro stagioni - Primavera (dettaglio)

Kasen 

Come si è detto, il kasen (歌仙) resta la forma più compiuta di renku, oltre ad essere quella tradizionale, tipica della scuola di Bashō. Il termine kasen vuol dire, letteralmente, “i maestri della poesia”, e costituisce un omaggio ai trentasei più grandi poeti della letteratura giapponese dalle origini fino al periodo di Edo, quando appunto nacque questo particolare componimento. Il kasen è composto, quindi, di trentasei ku (in tutte le forme di renga e di renku, s’intende sempre che vi sia un’alternanza tra ku lunghi e ku brevi), distribuiti su due kaishi, cioè su due fogli, per un totale di quattro facciate. La distribuzione non è affatto casuale, perché già la distinzione tra le facciate e i fogli costituisce un primo elemento che struttura le diverse posizioni dei ku. Sulla prima facciata (shiori no omote: dritto del primo foglio) vanno i primi sei ku, che formano la prefazione (jo); sulla seconda e la terza facciata (rispettivamente shiori no ura nagori no omote, cioè retro del primo foglio e dritto del secondo) vanno collocati rispettivamente dodici ku, per un totale di ventiquattro, che costituiscono lo sviluppo (ha); infine, sull’ultima facciata (nagori no ura, cioè retro del secondo foglio), vanno ancora sei ku di chiusura (kyū). Sono previste alcune posizioni fisse, per la luna, i fiori e, entro certi limiti, l’amore. Inoltre, in un kasen, compaiono sempre le quattro stagioni. Primavera ed autunno devono apparire almeno due volte in gruppi di almeno due ku (e fino a un massimo di cinque ku); estate e inverno devono apparire almeno una volta in gruppi di massimo tre ku. In chiusura, deve comparire sempre la primavera, insieme con la posizione fissa dei fiori (penultimo ku). Pertanto, se il kasen è aperto dalla primavera, questa stagione comparirà tre volte nel corso del componimento. L’hokku di un kasen deve infatti fare sempre riferimento alla stagione in cui viene composto il renku (o a quella in cui viene avviato). A partire da qui, si ottiene quindi la corretta distribuzione dei ku. In generale, le strofe stagionali rappresentano circa la metà del totale.

Hankasen

Hankasen vuol dire semplicemente “mezzo kasen” (半歌仙). E di questo si tratta, a tutti gli effetti: è infatti un renku di diciotto strofe che segue le stesse regole del kasen e che si “interrompe” al primo foglio. Di solito viene usato come esercitazione, oppure nell’impossibilità di comporre un kasen completo.

Triparshva 

Si tratta di un componimento molto recente, introdotto dal poeta irlandese Norman Darlington nel 2005, nel tentativo di trovare il giusto equilibrio tra esigenze di brevità e di completezza. Il termine, sanscrito, fa riferimento ai tre movimenti principali dell’estetica giapponese: johakyū. Infatti il triparshva consta di tre facciate, su cui si distribuiscono i sei ku di apertura, dieci di sviluppo ed altri sei di chiusura, per un totale di ventidue ku. In pratica, segue lo stesso schema del kasen, ma riduce a dieci i ku del movimento ha. In ogni movimento appaiono due stagioni (autunno e primavera in gruppi, generalmente, di tre ku, estate e inverno in singoli ku o in gruppi di due). Sono previste una posizione dei fiori (penultima strofa) e due della luna. Inoltre, verso la metà del secondo movimento, è previsto un gruppo di tre o quattro ku dedicati all’amore.

Rokku 

Il rokku (六句) è una delle tipologie più rivoluzionarie e, per certi versi, bizzarre, di renku contemporaneo. Introdotto dal poeta giapponese contemporaneo Asanume, il rokku costituisce, già nel nome, una sfida, quasi, alla tradizione del renku giapponese classico: “rokku” significa, infatti, letteralmente, “sei ku” (roku ku) ma è anche la storpiatura giapponese del termine inglese rock, con tutto quel che viene implicato da questo nome ― e cioè “roccia”, “pietra”, ma anche “rock & roll”, quindi sfida, rivolta, modernità etc.
Il riferimento ai sei ku si spiega col fatto che il rokku procede componendo sei ku, appunto, per facciata, e prosegue, virtualmente, ad libitum. Mantiene l’andamento del jo-ha-kyū tipico del renku classico, così come alcune delle posizioni fisse, per cui si presuppone un minimo di tre facciate. La prima e l’ultima facciata corrispondono sempre al jo e al kyū del classico renku, con hokkuwakiku edaisan nelle prime tre posizioni e l’ageku in chiusura (che però, a differenza di quanto accade nel kasen, può anche essere non stagionale), preceduto dall’hana no joza, cioè “la posizione dei fiori”. Il movimento ha può essere, invece, composto da un minimo di una facciata (sei ku, quindi) ad un numero massimo imprecisato di facciate (in multipli di sei ku). All’interno di queste facciate, la distribuzione dei ku tende a seguire le stesse regole del kasen, con alcune significative differenze. In primo luogo, Asanume vieta categoricamente la continuazione di uno stesso tema (sia esso una stagione come l’autunno o la primavera, o un qualunque tema) per più di due ku consecutivi: lungi dall’essere legata ad esigenze di struttura, in questo caso tale prescrizione è dovuta alla convinzione del poeta giapponese che qualunque gruppo di tre o più ku legati ad uno stesso tema sia un’infrazione della fondamentale regola che impone di abbandonare l’uchikoshi, cioè il penultimo ku. In secondo luogo, non c’è un rapporto favorevole alla primavera e all’autunno rispetto all’estate e all’inverno ma queste ultime due possono anche presentare un numero di ku maggiori di quelle. In terzo luogo, non è necessario lasciare almeno un ku non stagionale prima di introdurre una nuova stagione ma tra un ku e l’altro possono anche susseguirsi stagioni diverse. In sostanza, il rokku è una forma di renku che predilige decisamente un costante cambiamento, rispetto alle normali strutture di un kasen. Infine, il rokku introduce una nuova categoria: oltre alle normali posizioni dei fiori (hana no joza) e della luna (tsuki no joza), e oltre al tema dell’amore, previsto in almeno una facciata del movimento ha, Asanume ha introdotto la particolare categoria della pietra. Sotto questa categoria vanno tanto le pietre e le rocce (dunque gemme, cristalli, minerali) quanto il ghiaccio e la musica rock (intesa in senso molto ampio, compresi lo stile di vita e la cultura rock). Oltre a queste peculiarità, il rokku invita ad utilizzare il penultimo ciclo di sei ku (dunque l’ultimo del movimento ha) per proporre forme di scrittura sperimentali, soprattutto nella prosodia.
Nel complesso, il rokku è un tipo di renku molto sperimentale, decisamente rivoluzionario, solo all’apparenza semplice, che probabilmente può essere apprezzato solo dopo aver guadagnato una certa dimestichezza con le tradizionali forme di renku.

Nijuin 

Il Nijuin (十韻) è stato introdotto dal poeta giapponese Meiga Higashi negli anni Ottanta. Si tratta in buona sostanza di un kasen accorciato a venti ku, che riproduce la stessa struttura quadripartita del normale kasen, con la differenza che i ku sono quattro sulla prima facciata, sei sulle successive due, ed altri quattro sull’ultima facciata. Data la minore lunghezza di questo renku, le seriazioni tendono a non superare il numero dei tre ku per primavera ed autunno e di due per estate e inverno. Tutte le stagioni compaiono una sola volta, fatta eccezione della primavera, nel caso in cui sia la stagione di apertura. In quest’ultimo caso, la posizione dei fiori compare in apertura e manca nel finale, dove sarebbe altrimenti previsto, come di consueto.

Imachi

L’imachi (居待), proposto da Shunjin e Seijo Okamoto, è un renku di diciotto ku (il termine indica, infatti, la luna del diciottesimo giorno del mese) distribuiti su uno stesso kaishi. Dieci di tali ku sono tendenzialmente riservati ai riferimenti stagionali mentre gli altri sono privi di kigo. Primavera e autunno compaiono in gruppi di tre ku, estate e inverno in gruppi di due (talvolta, queste due stagioni possono comparire anche in ku singoli). Sono previste due posizioni della luna, entrambe legate ad una stagione, una delle quali dev’essere necessariamente l’autunno. Invece è prevista una sola posizione dei fiori, tradizionalmente associata alla primavera. Verso la metà del renku è anche prevista una sequenza dedicata all’amore, di solito un paio di ku, al massimo tre. Complessivamente, l’imachi tende a seguire le stesse dinamiche del kasen.

Shisan

Lo Shisan (, che vuol dire “quattro volte tre”) è stato introdotto da Kaora Kubota negli anni Settanta ed è un renku di dodici ku disposti su quattro facciate che riproducono i quattro movimenti del kasen. Per ogni facciata sono previsti tre ku. Il renku si apre con la stagione corrente al momento della stesura e prosegue secondo la successione calendariale delle stagioni. Per ragioni di spazio, primavera ed autunno compaiono in successioni di due ku, mentre inverno ed estate in ku singoli, eccezion fatta per i renku scritti in estate o in inverno, nel qual caso il wakiku tende a seguire, come da tradizione, la stagione di apertura. Per il resto riproduce, in piccolo, le caratteristiche del kasen.
Sesshū Tōyō - Rotolo lungo delle quattro stagioni - Estate (dettaglio)

Nuovo Shisan

Il nuovo shisan, introdotto dal poeta William J. Higginson, è identico allo Shisan di Kubota, con l’eccezione che qui cade la prescrizione di seguire il normale ciclo delle stagioni.

Junicho

Come l’imachi, il junicho (調) è stato introdotto da Shunjin e Seijo Okamoto, nel 1989. Il termine vuol dire “dodici toni” e si richiama esplicitamente alla musica dodecafonica di Hauer e Schönberg, indicando, al contempo, il numero dei ku che compongono questo renku. I singoli ku vengono disposti su una sola facciata. Primavera e autunno compaiono in coppie di ku, inverno ed estate in singoli ku. La regola per cui il wakiku dovrebbe riferirsi alla stessa stagione dell’hokku, viene solitamente disattesa, nel caso in cui il junicho si apra con l’inverno o l’estate. È prevista una sola posizione dei fiori e può comparire in associazione con qualunque stagione e far riferimento alla categoria più generica dei fiori (cioè non è, propriamente, uno hana no joza). La luna compare massimo una volta e può essere associata a qualunque stagione. Per l’amore sono previsti un paio di ku, in qualunque posizione (anche se difficilmente in apertura o in chiusura). Hokku ed ageku mantengono le loro caratteristiche tradizionali, mentre wakiku e daisan tendono a cadere; così come sono ignorate le classiche regole di esclusione previste nel movimento di apertura.
Sesshū Tōyō - Rotolo lungo delle quattro stagioni - Inverno (dettaglio)

Nuovo Junicho 

Il nuovo junicho ricalca la stessa struttura del junicho ma stravolge del tutto le classiche categorie del renku, fatta eccezione per il ruolo svolto dall’hokku e dall’ageku. A differenza degli altri renku, in questo caso sono abolite del tutto le classiche distribuzioni delle stagioni, così come le diverse posizioni fisse. Per quanto sia sempre possibile inserire riferimenti stagionali e trattare della luna o dei fiori, il nuovo junicho distingue tutti gli argomenti in tre categorie, variamente distribuite nell’arco dei dodici ku. Le tre categorie sono: gendai, cui spettano due ku; shasei, cui ne spettano quattro; e cultura, cui spettano sei ku. Gendai shasei sono indicazioni stilistiche, piuttosto che vere e proprie categorie tematiche. Nel primo caso, si tratta di ku atipici, sperimentali, volutamente moderni o anticonformisti. Nel secondo caso, si tratta di un’indicazione che invita a scrivere ku realistici, desunti direttamente dall’esperienza. Sotto la categoria cultura, invece, si distinguono sei voci, ad ognuna delle quali spetta un ku: si tratta di artefilm (o spettacoli), letteraturamusicapoliticareligione.
Le tre categorie suddette non escludono assolutamente kigo, riferimenti alla natura, o qualunque altro riferimento tradizionale. Sono solo un modo diverso di distribuire gli argomenti.

Altre forme di renku 

Oltre al classico kasen e ai più moderni renku, esistono altre forme minori, più corte, di renku, spesso esplicitamente pensate come forme di esercitazione. Alcune di queste possono essere molto utili per prendere dimestichezza con il meccanismo dello tsukeai (collegamento) e con aspetti particolari della stesura di un renku.

Tanrenga

Il tanrenga (短連歌) è, di fatto, la forma più corta possibile di renga. Si tratta, in senso stretto, di un tanka scritto a due mani, e cioè di un hokku (un haiku) a cui viene aggiunto un tanku (ku breve, ovvero lo shimo no ku) scritto da una persona diversa da quella che ha composto il primo ku (altrimenti sarebbe semplicemente un tanka). Il tanrenga può essere usato come ottimo esercizio di base per apprendere i meccanismi dello tsukeai; tuttavia è anche una delle più alte forme poetiche del Giappone tradizionale, dal momento che sovente gli allievi apponevano delle chiose agli haiku dei loro maestri (o viceversa), come forma di risposta, come omaggio, o anche come correzione. La prima strofa, lo hokku, rispetta tutti i criteri del classico haiku: presenta kigo e kireji e mira a comporre un tutto conchiuso. Lo tsukeku è un ku breve, che di solito fa riferimento alla stessa stagione e può sfumare l’hokku, aprirlo, specificarlo, rispondergli, contrapporsi, e in generale dialogare con esso in qualunque modo, a seconda del contesto, del gusto e dell’abilità di chi lo scrive.

Sesshū Tōyō - Rotolo lungo delle quattro stagioni - Primavera (dettaglio)

Wakiokori

Un tipico esercizio che è possibile fare, anche da soli, è il wakiokori (起こ), che consiste nell’apporre un wakiku all’haiku di un altro poeta (il termine vuol dire, grosso modo, “fare da spalla”, “iniziare dal waki”). Tradizionalmente, era usato anche per scrivere renku in omaggio a un grande poeta del passato, in occasione, ad esempio, di ricorrenze particolari o anniversari. Usato come esercizio, il wakiokori è utile per prendere dimestichezza con le tecniche di tsukeai e con le regole di composizione della coppia di apertura di un renku (hokku e wakiku).

Mitsumono

Mitsumono () vuol dire “tre cose” e indica un esercizio tradizionale che serve ad imparare le fondamentali regole di composizione dei primi tre ku di un renku. Infatti non si tratta d’altro che di questo: due o tre persone compongono solo i primi tre ku, cioè l’hokku, il wakiku e il daisan, rispettandone le caratteristiche peculiari. Se il mitsumono viene eseguito da due persone, o anche da una sola persona, è possibile ricorrere al wakiokori o anche interporre wakiku o daisanku estrapolati da renku famosi. Si tratta, ovviamente, solo di un esercizio, che ha valore unicamente per acquisire padronanza con i primi tre ku.

Sesshū Tōyō - Rotolo lungo delle quattro stagioni - Autunno (dettaglio)

Yotsumono

Lo yotsumono () è un tipo di renku proposto per la prima volta nel 2010. Nel nome ricorda direttamente il classico mitsumono. In questo caso vuol dire “quattro cose”, intendendo che si tratta di un renku composto di soli quattro ku. Potrebbe essere considerato a tutti gli effetti un renku, perché comunque mantiene un carattere di compiutezza, e mentre incontra il gusto tipico del renku contemporaneo, che tende ad accorciarsi sempre di più, non dimentica il proprio legame con la tradizione, richiamandosi a un tipo di componimento cinese che si chiama jueju. Tuttavia resta sostanzialmente un esercizio che serve a sviluppare, innanzitutto, una certa sensibilità per i quattro ku chiave del renku, e cioè hokku, wakiku, daisanku e ageku. Inoltre, in questo componimento sono concentrati i quattro movimenti tipici della poesia cinese (che poi strutturano anche quella giapponese) e che sono detti in giapponesekishōtenketsu. I quattro ku dello yotsumono saranno dunque: il kiku, lo shoku, il tenku e il kekku e cioè saranno dedicati alla descrizione (ki), allo sviluppo (sho), alla rottura (ten) e alla conclusione (ketsu). A differenza del jueju, però, lo yotsumono è pensato soprattutto per due persone, ed ha forma dialogica, come il somonka, con la differenza che in questo caso i ku sono intrecciati, a formare, appunto, un renku. Essendo un componimento molto corto, lo yotsumono non prevede nessuna particolare distribuzione di ku stagionali, né di posizioni fisse o di temi, ma si concentra sulle caratteristiche dei quattro ku fondamentali oltre che sui quattro movimenti del kishōtenketsu.

Esercizi per il renku

Recentemente John Carley, autore di Renku Reckoner, ha proposto due esercizi per prendere confidenza con le tecniche di tsukeru. Il primo è l’interiezione. Si tratta di selezionare due ku lunghi o due ku corti di grandi poeti del passato, allo scopo di comporre un ku adeguato che faccia da ponte tra loro. Il ku composto deve avere le giuste qualità per costituire un buon tsukeku e un buon maeku allo stesso tempo. E naturalmente, i due ku selezionati non dovranno avere tra loro nessun collegamento diretto, per evitare il kannonbiraki. Sembra un ottimo esercizio, dal momento che allena molto la sensibilità richiesta per analizzare e trovare collegamenti inaspettati, sottili, efficaci.
Il secondo esercizio proposto è detto sostituzione e costituisce uno sviluppo e una complicazione di quello precedente. In questo caso, si sceglie un gruppo di cinque ku estrapolandolo da un renku del passato. Il terzo ku viene eliminato e al suo posto si deve sostituire un proprio ku. In questo modo, non solo ci si allena sulle tecniche di tsukeai, ma si impara ad evitare il kannon biraki e l’uchikoshi no kirai, perché il ku in questione, nel mentre deve fungere da ponte tra il maeku e lo tsukeku, deve anche evitare il tema trattato nell’uchikoshi e quello trattato nel ku successivo al proprio tsukeku.
Sia questo che l’esercizio precedente sembrano molto utili, soprattutto quando si tratta di prendere dimestichezza con le dinamiche del renku. Tuttavia, sono anche un po’ forzosi perché eliminano quella freschezza e quella immediatezza che sono tipiche di un normale tsukeku.

Forme desuete di renga

Le forme classiche del renga, per quanto siano state abbandonate nel renku contemporaneo, sono comunque utilizzabili per comporre haikai. La differenza tra renku e renga, come si è detto, è la stessa che passa tra mushin e ushin, quindi ha a che fare con la qualità e lo stile, non con la forma. I kasen erano una forma breve, considerata minore, del renga. Allo stesso modo, nello Shōmon sono stati scritti alcuni hyakuin, seppure il kasen è la forma prediletta dello haikai.
Lo hyakuin (百韻) è, come si è visto, la forma base del renga. Sostanzialmente ha la stessa struttura del kasen e presenta le stesse posizioni. È composto da una sequenza di cento ku, distribuiti su quattro kaishi, per un totale di otto facciate: sulla prima e sull’ultima facciata (che costituiscono jo e kyū) si scrivono otto ku, su tutte le altre quattordici. La posizione dei fiori compare una volta per foglio, quella della luna una per facciata. Anche qui, il numero delle strofe stagionali è grosso modo la metà del totale, con una predominanza nei movimenti di apertura e di chiusura.
Per quanto esistano alcuni renga che raggiungono i diecimila ku, solo molto di rado si sono superati i mille ku. Questi ultimi si chiamano senku (千句) e anche questi sono piuttosto rari. Di solito erano composti in occasioni speciali, in ricevimenti che duravano cinque giorni. Il primo giorno si scrivevano cento ku, nei successivi tre giorni trecento ku al giorno, l’ultimo giorno si scrivevano altri cinquanta ku (zuiga) che, però, non figuravano nel testo finale ma erano scritti con finalità ludiche, per distendersi dopo il lavoro svolto. Si può concepire il senku come un insieme continuo di dieci hyakuin, scritto su quaranta kaishi (per un totale di ottanta facciate).
Con ogni probabilità, dalla pratica dello zuiga è nato il gojūin (五十韻), renga composto da cinquanta ku distribuiti su due kaishi (quattro facciate), otto sulle facciate di apertura e di chiusura, sedici sulle altre due.
Infine, un’altra forma minore del renga classico è lo yoyoshi (四十四), di quarantaquattro ku distribuiti, anche in questo caso, su due kaishi, otto sulle facciate di apertura e di chiusura e quattordici sulle altre due.
Si tratta, in entrambi i casi, di forme ridotte derivate dallo hyakuin, esattamente come era, in origine, il kasen. Per cui la struttura complessiva rimane sostanzialmente invariata.

Altre forme di poesia


Choka

Choka (長歌) vuol dire, letteralmente, "poesia lunga", ed è di lunghezza variabile. La poesia giapponese nasce dalla metrica cinese, che alterna versi di cinque sillabe a versi di sette. Un choka è pertanto un insieme di distici più o meno lungo, che alla fine si conclude sempre con la chiosa di un verso lungo (di sette sillabe, dunque). Pertanto si avrà una struttura metrica del tipo: 5-7-5-7....5-7-7. Dal momento che in Giappone è sempre prevalso il gusto per l'essenziale, sin dall'inizio si è imposto il tanka, costituito dal numero minimo di versi, per cui i choka sono sempre stati piuttosto rari.

Tanka

Il tanka () è la poesia giapponese per eccellenza, chiamata per questo anche waka (和歌), cioè "poesia giapponese", appunto, o, più semplicemente, uta, ka, "poesia". Ancora una volta, fu Masaoka Shiki a imporre il nome tanka, che letteralmente vuol dire "poesia corta", per evitare il riferimento eccessivo alla tradizione nazionale. Il tanka è composto da 5 "versi" di 5-7-5-7-7 sillabe. Da qui nasce la distinzione nei due emistichi, lungo (5-7-5) e corto (7-7), che si ritrovano anche in un renga. Il tanka la fa da padrona, in pratica, in tutta la storia della poesia giapponese, a cominciare dalle prime antologie e, ancora oggi, resta la forma di poesia più elegante e tradizionale, non ancora soppiantata dall'haiku.

Somonka

Mentre il tanrenga è un tanka composto a due mani, il somonka (相聞歌) è un tipo di poesia tradizionale giapponese che prevede due o più tanka scritti nella forma di dialogo. Le poesie possono essere scritte da una sola persona o da due (virtualmente anche da più persone). Tradizionalmente legato alla poesia amorosa, il somonka assomiglia a una tenzone poetica e abbonda nei testi della letteratura cortese del periodo Heian: il Genji monogatari è pieno di scambi epistolari o anche veri e propri dialoghi eseguiti componendo tanka.  Alcuni somonka compaiono anche nelle prime antologie imperiali, come il Man'yōshū (万葉集). Con ogni probabilità è proprio il somonka ad essere all'origine del renga. Tuttavia, in un somonka non vigono le stesse regole di concatenamento presenti in un renga, per quanto vi siano anche qui delle forme di collegamento.

Mondō

Il mondō (問答), che vuol dire “domanda e risposta”, "dialogo", in Giapponese, è una forma di poesia molto legata alla tradizione zen: è molto simile al somonka, ma più spesso assume la forma della domanda e della risposta. Spesso i mondo sono scritti in versi di 5-7-7 sillabe e talvolta di 5-7-5 sillabe. Comunque non esiste una forma precisa. L'essenziale è l'interrogazione di carattere zen. Così, quello che solitamente viene considerato come il più grande haiku della storia, è in realtà un componimento iscritto in un mondo tra Bashō e il suo maestro zen, che lo interrogava per valutarne il percorso spirituale. Come riporta Suzuki:
Quando Bashō stava ancora studiando lo Zen sotto la guida del suo maestro Butcho, quest’ultimo una volta gli fece visita e gli chiese: «Come ti va in questi giorni?».
Bashō: «Dopo una recente pioggia, il muschio è diventato più verde che mai».
Butcho: «Che Buddhismo c’era prima che il muschio diventasse verde?».
Bashō: «Antico stagno, una rana si tuffa, rumore d’acqua!».
Come si vede, lungi dall'essere un haiku, questo famosissimo componimento di Bashō ha senso solo in relazione al dialogo e si iscrive nel contesto della poesia haikai, non certo in quello dell'haiku, nato solo in epoca Meiji.

Sedōka

Il sedōka (旋頭歌), che vuol dire "poesia che va a capo", ovvero che "guarda indietro" (lett.: "poesia con la testa girata"), è una forma di poesia che ha la struttura di due emistichi di 5-7-7 sillabe ciascuno. Ognuno dei due emistichi si chiama anche katauta (), cioè "mezza poesia" (kata, indica precisamente la singola parte di una coppia), e si può trovare anche, talvolta, isolato, come frammento poetico. La peculiarità del sedōka, da cui deriva il nome, consiste nel fatto che il secondo katauta ripete, in qualche modo, il tema o il soggetto del primo, descrivendolo da un altro punto di vista. Spesso, quindi, il sedōka si presta bene a formare un dialogo tra due persone, nel qual caso può prendere il nome di mondōka (), soprattutto come forma di poesia amorosa. Tra i migliori autori di sedōka si annovera Kakinomoto no Hitomaro, celebre poeta del periodo Asuka. Alcuni esempi sono contenuti nel Man'yōshū e nel Kokinshū.

Tohaku - Pini

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